I mille anni dell'Abbazia di San Nilo
Il Monastero Esarchico di Santa Maria in Grottaferrata conserva intatte le sue bellezze architettoniche e i suoi riti. Per i visitatori la possibilità di compiere un suggestivo viaggio indietro nel tempo, nell’affascinante passaggio dal I al II Millennio Cristiano.
Un luogo d'incontro e di dialogo tra l’Occidente latino e l’Oriente bizantino cattolico. Il Monastero Esarchico di S. Maria di Grottaferrata, a soli 20 km da Roma, da mille anni testimonia con la preghiera quotidiana l’unità della Chiesa nelle sue molteplici tradizioni di spiritualità e cultura. Attualmente è l’unico centro monastico cattolico bizantino antico, un aspetto questo molto importante, perché - pur essendo in piena comunione con la Chiesa di Roma - propone la singolarità dei riti bizantini. Il Monastero rappresenta quindi un passaggio, un ponte tra due culture che nel tempo si sono differenziate, contribuendo in maniera diversa alla storia della civiltà europea, così come riassunto nella riuscita metafora “Grottaferrata, Porta d’Oriente” che caratterizza gli eventi con i quali la comunità monastica celebra per tutto il 2004 “Il Millenario” dell’abbazia di San Nilo.
La storia
Nato nella Calabria bizantina e quindi greco di origine e di rito, San Nilo dopo aver trascorso un lungo periodo nei monasteri di Valleluce e Sérperi, in Campania, desiderava trovare un luogo “ove radunare tutti i suoi fratelli e i dispersi suoi figli”. Quando giunse sui Colli Tuscolani insieme ad un gruppo di monaci, nel 1004, era ormai novantenne. Da Gregorio, conte di Tuscolo, ebbe in dono un terreno a monte del “Vallone”, dove c’erano i resti di una villa romana. Fra essi, c’era un piccolo edificio - già sepolcro di epoca repubblicana - utilizzato dal V secolo come oratorio cristiano, dalle finestre con doppia grata di ferro, per cui la località circostante era detta Crypta ferrata (poi Grottaferrata). Proprio qui, dove - secondo la tradizione - ai Santi Nilo e Bartolomeo apparve la Madonna che chiese loro l’edificazione di un Santuario a Lei dedicato, i monaci diedero inizio alla realizzazione del primo nucleo del Monastero, utilizzando il materiale dell’antica villa romana. San Nilo morì nel settembre del 1004, ma la sua volontà di costruire l’Abbazia fu proseguita da San Bartolomeo e dagli altri monaci, che lavorarono intorno al progetto per vent’anni, fino al dicembre del 1024, quando Papa Giovanni XIX consacrò la Chiesa del Monastero, dove si venerava e si venera tuttora l’icona della Theotokos Odighitria (Madre di Dio che indica la Via, cioè il Cristo). Nel tempo il Monastero divenne un importante centro di cultura grazie all’opera degli scriptores, che seguirono l’esempio di San Nilo, esperto amanuense. Durante le invasioni delle milizie di Federico Barbarossa, nel 1163, i monaci si rifugiarono a Subiaco, per poi ritornare quasi trent’anni dopo nel Monastero, che fu saccheggiato nel 1241 da Federico II. Seguì un periodo di tranquillità con il cardinale Giovanni Bessarione, il primo abate commendatario. Sul finire del secolo XV il complesso venne circondato da poderose fortificazioni, volute dal cardinale commendatario Giuliano Della Rovere. Questi volle poi apportare notevoli modifiche agli edifici del monastero, mentre il lato Sud del palazzo abbaziale venne arricchito dal porticato opera di Giuliano da Sangallo. I cardinali della famiglia Colonna, successori nella commenda, portarono a compimento l’ala sinistra del palazzo. Fra il 1577 e il 1582, per volere del cardinale Alessandro Farnese, all’interno della chiesa, le vecchie capriate e gli affreschi della navata centrale furono coperte dal soffitto in legno a lacunari - ancora presente - mentre l’antica abside venne sostituita dal coro. Nel secolo successivo venne costruito il nuovo monastero a Sud della chiesa con il secondo chiostro e un’ala per la biblioteca e il refettorio. La struttura interna della chiesa, con il cardinale Guadagni fu rivestita di stucchi barocchi, mentre sul finire del secolo fu costruita la nuova sacrestia e aperta la porta d’ingresso al castello. Nel 1800 il cardinale Mario Mattei ordinò dei lavori all’esterno della chiesa, sovrapponendo una nuova facciata e un avancorpo, opere poi in gran parte rimosse con sapienti restauri.
La biblioteca
Conta circa 500 manoscritti greci ed altrettanti latini, centinaia di incunaboli e cinquecentine e circa 50.000 libri a stampa. Vi sono conservati rari palinsesti e antichi manoscritti in pergamena nei quali la scrittura originaria è stata portata via per consentirne un successivo utilizzo, ma oggi con specifici procedimenti è possibile leggere lo scritto più antico. Molti manoscritti nel tempo finirono a Roma, nelle biblioteche Vaticana e Angelica. Furono acquistati numerosi testi, tra i quali una preziosa copia del poema epico bizantino Digenis Akritas (X sec.). Nel 1873 la biblioteca, così come gli edifici dell’abbazia, venne incamerata dallo Stato italiano. La comunità monastica, a sua volta, possiede una ricchissima biblioteca propria, che contiene circa 20.000 volumi.
Il Museo
Vi sono conservate testimonianze che provengono dagli scavi delle vicine catacombe, dalle rovine delle lussuose ville romane della zona e da donazioni di importanti protettori dell’Abbazia. La Loggia del Cinquecento Nella parte Est del Palazzo dei Commendatari, sul lato orientale dell’abbazia, sorge la loggia cinquecentesca fatta costruire dal cardinale Alessandro Farnese. Sulle pareti degli affreschi eseguiti nel 1569 rappresentano le ultime vicende dell’antica città di Tuscolo. Il primo ricorda l’edificazione della rocca e la deliberazione di cingere d’assedio la città; il secondo l’assedio; il terzo la distruzione e la fuga degli abitanti; il quarto e l’ultimo, il trasporto del Santissimo Sacramento e degli altri oggetti sacri.
La Chiesa Monastica
La facciata della Chiesa è stata ripristinata nelle forme originarie, con il rosone e le finestre in marmo traforato, gli archetti ciechi in stile gotico e le cornici in laterizio. Le colonne in travertino e il vestibolo dell’atrio sono stati ricostruiti nelle forme originarie nel 1930. Il nartèce presenta pavimenti a spina, soffitto in legno e finestre in marmo traforato. In esso troviamo a sinistra un fonte battesimale in marmo del secolo XI, a destra un altare sovrastato da un affresco di Cristo risorto che libera le anime dall’Ade. Il Portale: la porta, in stile romanico, è detta speciosa per la ricca decorazione degli stipiti, a bassorilievo in marmo con intarsi di pietre e pasta vitrea. Il mosaico sovrastante, in stile bizantino del XI secolo, rappresenta la “Dèisis”, cioè l’Intercessione. L’interno della chiesa, originariamente in stile romanico, è stato trasformato nel 1754 con un rivestimento di stucco in stile barocco che ha coperto gli affreschi alle pareti e le colonne. Il pavimento è in marmo policromo, mentre il Coro dei monaci, con stalli intarsiati, è stato restaurato nel 1901. L’arco trionfale, che divide la navata centrale dal presbiterio, riservato ai monaci, è decorato da un mosaico medioevale che rappresenta la Pentecoste. Le figure dei Santi Apostoli sono schierate su seggi preziosi con al centro il trono vuoto in attesa del Cristo per il Giudizio. La parete che separa l’altare dal resto della Chiesa (Iconostasi) simboleggia la necessità della mediazione liturgica; le tre porte vengono aperte durante i riti. Il progetto è del Bernini, eseguito dal Giorgetti. Altare: il “Vima” (santuario) è posto nell’abGrottaside, con altare quadrato sormontato da un baldacchino da cui scende una colomba d’argento per la custodia del SS. Sacramento.
L’icona della Madre di Dio
Di autore ignoto, è una tipica icona bizantina dipinta su tavola dorata, raffigurante la Vergine che sostiene il Bambino benedicente. Nel corso dei secoli la devozione dei fedeli è stata sempre fervida e intensa. Numerose le visite dei pontefici: da Innocenzo X ad Alessandro VII, a Pio VII, a Beato Pio IX, a Beato Giovanni XXIII, a Paolo VI e Giovanni Paolo II.
La Cappella Farnesiana
In origine piccolo oratorio dedicato ai martiri Adriano e Natalia, fu ampliato nel 1131 per ospitare degnamente sotto l’altare le spoglie dei due Santi fondatori. E’ chiamata anche Cappella Farnesiana perché il cardinale Farnese nel 1609 commissionò al pittore Domenico Zampieri, detto il Domenichino, gli affreschi alle pareti, e ad Annibale Carracci il quadro della Madonna col Bambino tra i due Santi fondatori.
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