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IL MOSAICO NILOTICO DI PALESTRINA

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Un manifesto programmatico della cultura alessandrina

Celebrato nella letteratura archeologica come esemplare inimitabile della tradizione musiva ellenistica, il mosaico del Nilo di Palestrina, è uno dei più grandi e conosciuti dell’antichità, nonché un caposaldo ed un punto di riferimento per il genere nilotico diffuso fino ad età imperiale avanzata, in pitture, in mosaici, in lastre di terracotta di rivestimento, delle ricche residenze romane, laziali, campane e di quelle delle provincie occidentali e dell'Africa settentrionale. La sua datazione è stata al centro di un aspro dibattito: secondo i più fu realizzato attorno all’80 a.C., anche se non mancano quanti ne anticipano l’esecuzione al II secolo per metterlo in relazione con l’opera di Demetrio detto il Topografo, il paesaggista che nel 165 a.C. si era stabilito a Roma, anche se più che alla creatività di una singola persona, deve essere collegato ad una moda o ad un particolare clima, che influenzava la committenza. La tendenza è quella alessandrina che predilige le rappresentazioni di paesaggi romantici, costellati di rocce, alberi contorti, piccoli edifici sacri, popolati da figurette umane ed animali. L’opera costituisce, infatti, un manifesto programmatico della cultura alessandrina e dell’idea che dell’Egitto avevano i Romani, e come tale, fonde il gusto per l’esotismo e per il colore locale con quello per la scienza. Il mosaico è allo stesso tempo, una carta geografica ed una tavola di storia naturale: in alto le montagne dell’Etiopia, al centro la città di Tebe con il tempio di Ammone, in basso il delta del Nilo e Memphis con il suo Iseo.

L’idea che si ricava dalla visione d’insieme non è quella dell’Egitto tradizionale, bensì di un paese ellenizzato con templi costruiti secondo i canoni greci, che ospita truppe di opliti ed ove indigeni ed animali sono relegati su uno sfondo di sapore esotico e selvatico, sottolineato dai nomi delle bestie scritti con precisione in greco, per far colpo su di una committenza che si immagina profana in questo campo. Mercanti e soldati mercenari greci già dal VII secolo a.C. si erano stabiliti nel Delta del Nilo, ma l’ellenizzazione del paese fu compiuta dopo la conquista di Alessandro Magno nel 332 a.C. dalla dinastia dei Tolomei, dando luogo a fenomeni di sincretismo in campo artistico e religioso. Il loro mecenatismo in breve tempo, attirò nel paese studiosi, letterati e scienziati che si stabilirono nella colta ed evoluta Alessandria. Fondata nel 331 a.C., la città divenne uno dei centri più importanti per la diffusione delle varie tendenze della cultura ellenistica al di fuori della Grecia, nonché un luogo di sperimentazione scientifica; i viaggi navali e gli scambi commerciali con i paesi più lontani favorirono la compilazione di opere geografiche, illustrate da mappe e carte topografiche su fogli di papiro, come nel caso della carta geografica della penisola iberica, copia di quella redatta dal geografo Artemidoro di Efeso, e che recentemente, è balzata alla notorietà dopo essere stata acquisita dalla Compagnia di San Paolo per la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino. I disegni di animali in questo tipo di rappresentazioni cartografiche, si inseriscono nella tradizione artistico-naturalistico-didascalica influenzata dall’opera di Aristotele. I contatti fra Praeneste e l’Egitto, che sono il presupposto per la realizzazione del capolavoro, sono da porre in relazione con le attività commerciali che i mercanti prenestini avevano con l’Oriente, a seguito dell’apertura del porto franco di Delo, avvenuta nel 166 a.C.; erano fiorenti a tal punto, da indurre a assimilare il culto della Fortuna Primigenia, la più importante divinità locale, a quello di Iside. Il mosaico fungeva da pavimento della parte circolare dell’Aula Absidata, un ambiente che si affacciava sul Foro della città, dal lato corto della Basilica. La sua “scoperta” avvenne fra il 1558 e il 1604, e fu resa pubblica da Federico Cesi che, nel 1614 si trovava a Palestrina per contrarre matrimonio con Artemisia Colonna.

Nell’occasione, lo studiò e volle che fosse riprodotto da Cassiano Dal Pozzo che disegnò diciotto tavole. Fu poi distaccato negli anni 1624-6, restaurato a Roma e riportato a Palestrina nel 1640, da dove fu rimosso per un nuovo restauro nel 1855 e durante il secondo conflitto mondiale. A causa delle varie vicende del distacco e dei trasporti, il mosaico fu gravemente danneggiato e restaurato già nel 1640 da Giovanni Battista Calandra. Numerose sono le lacune e le integrazioni, come nella parte inferiore ove è stato completamente sostituito il frammento con la barca di papiro e i banchettanti sotto un’incannucciata, dopo che l’originale, acquisito dal Granduca di Toscana fu venduto ai Musei di Berlino. Preziosi sono stati i disegni eseguiti nella bottega Dal Pozzo, prima dei restauri seicenteschi e conservati oggi in Gran Bretagna, al Castello di Windsor, che rendono possibile la conoscenza della composizione originaria, che diverge dalla disposizione attuale. La scoperta e pubblicazione del papiro di Artemidoro (III secolo a.C.), ha riproposto l’attualità e la diffusione degli studi geografici corredati da notizie sugli animali. Il papiro di Torino, infatti, riporta una quarantina di disegni di animali esistenti, fantastici e mitici che sono un campionario di ciò che la bottega poteva offrire per affreschi e mosaici. Ciascun animale ha accanto il suo nome in greco, come nel mosaico di Palestrina e nel fregio della tomba di Marissa, in Palestina (III-II secolo a. C ). Gli studi fatti per l’inquadramento del papiro di Artemidoro, ci fanno comprendere più compiutamente il senso e l’importanza della composizione prenestina, che fu realizzata direttamente sul posto, come dimostrano forma e dimensioni coincidenti con l’abside e, presumibilmente, eseguita fra il II e il I secolo a.C., da una generazione di artisti formatisi a seguito dell’arrivo a Roma di quel Demetrio, pittore di paesaggi e perciò detto Topografo.

Essa dimostra che a Palestrina, durante il regno di Tolomeo VIII (145-116 a.C.) che aveva ricevuto un’ambasceria di Scipione Emiliano nel 139 a.C., la propensione verso l’Egitto è ben consolidata e ruota attorno al culto di Iside, cui era forse dedicata l’Aula Absidata. Una conferma proviene da una coppia di obelischi in granito rosso, rinvenuti nel 1791 e nel 1881 in corrispondenza del Foro della città, sotto Piazza Regina Margherita, e purtroppo conservati in luoghi separati, nel Museo Archeologico di Napoli e in quello di Palestrina. I geroglifici di imitazione romana, contengono la citazione di un T. Sextus Africanus, nome portato da un legato di Cesare in Gallia e da un console romano in Egitto nel 59 d.C. che potrebbe essere il dedicante se le iscrizioni come pare, fanno riferimento al regno di Claudio.

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