
L’imperatore Adriano detestava il caos e gli intrighi di Roma, dove risiedette il meno possibile. Già nel 118 d.C., l’anno successivo alla sua ascesa all’impero, avviò la costruzione della villa tiburtina, che ancora proseguiva quando lo colse la morte nel 138. Appassionato di architettura, Adriano progettò lui stesso il grandioso complesso, che si estendeva su 120 ettari. Aveva scelto cura il sito della nuova residenza imperiale: lontano ma non troppo da Roma, in una zona ricca di cave di materiali da costruzione, percorsa da ben quattro acquedotti, e dove c'era solo una vecchia villa repubblicana. L’enorme area attualmente nota – ogni nuova campagna di scavo procura nuove sorprese – comprende una trentina di edifici, fra cui due palazzi imperiali (uno per sé ed uno per la moglie Sabina), residenze per gli ospiti, diversi complessi termali, edifici amministrativi, caserme, biblioteche, portici, due teatri, un’arena, cucine e depositi per la neve, diffusi in un insieme di giardini e spazi verdi arricchiti da statue, colonnati, fontane e piscine. Il tutto raccordato da vie carrabili sotterranee, con tanto di stalle e parcheggi, una vera e propria metropolitana. Le parti più celebri e suggestive del complesso sono probabilmente il “Teatro marittimo” (il padiglione che Adriano fece erigere per prima cosa, per potervi risiedere mentre organizzava e controllava i lavori), il Pecile (grande portico d’ingresso che circonda un’enorme piscina rettangolare) e il Canopo. Quest’ultimo è un lungo specchio d’acqua sul fondo di una valletta semi-naturale, circondato da un portico ad archi, ornato di statue greco-romane, fiancheggiato da giardini terrazzati e chiuso in fondo da un Serapeo (dedicato alla divinità egizia Serapide). Quest’area di svago si ispirava ad un omonimo canale a Canopo, celebre città non lontana da Alessandria d’Egitto, dove la gente elegante andava a soggiornare e divertirsi.